CONSIGLIO GENERALE CISL TARANTO BRINDISI

Relaziona Daniela Fumarola – Segretario generale
(Sintesi)- Ieri c’è stato lo sciopero di lavoratori e lavoratrici del pubblico impiego iscritti alla CISL, a completamento di un percorso che era iniziato unitariamente, con richieste specifiche che CGIL e UIL hanno voluto interrompere proclamando lo sciopero generale.

Siamo stati a manifestare sotto le Prefetture di Taranto e Brindisi, ed incontrato i due Prefetti ai quali è stato illustrato un documento di sintesi delle nostre rivendicazioni: una tra tutte, la necessità di riconoscere al più presto il rinnovo del contratto che questi lavoratori attendono da sei anni.
Oggi a Firenze, si sta tenendo la prima delle tre grandi manifestazioni con le regioni del Centro, mentre domani toccherà a noi con le regioni del Sud a Napoli, dove arriveremo numerosi. L’ultima si terrà il giorno quattro a Milano. Queste iniziative completano un percorso di coinvolgimento di tutti i livelli dell’organizzazione, a partire dai luoghi di lavoro, dove i nostri associati sono stati raggiunti da una lettera scritta da Annamaria Furlan per diffondere e ribadire che, solo attraverso una azione mirata di proposta, si può chiedere al Governo di cambiare le scelte di politica economica e sociale fatte finora.
Fare uno sciopero generale, che ha più il sapore della contesa politica piuttosto che della proposta, ci sembra fuori luogo in un tempo nel quale non bisogna ulteriormente gravare sulle buste paga.
Bisogna tornare a crescere; è un imperativo categorico. E’ indispensabile ed urgente una politica economica in grado di produrre, in tempi brevi, l’attesa inversione del declino e di inaugurare un nuovo ciclo lungo di crescita, di ricostruzione industriale, di responsabilità e di coesione sociale, di tutela e di equilibrio ambientale. La condizione decisiva, a tal fine, risiede in una ripresa vigorosa degli investimenti. La ripresa e la crescita non dipendono solo e necessariamente da fattori trainanti europei. Possono partire da un patto interno nazionale, dall’impegno delle forze produttive e finanziarie del Paese, che guardi all’oggi e al medio periodo. Ma, nel nostro contesto, l’Europa comunque gioca un ruolo importante.
A livello sociale è necessario il riconoscimento del ruolo insostituibile dei corpi intermedi (famiglie, associazioni, scuola, partiti) nel creare lo spazio della libertà personale. Rispetto all’ambiente, bisogna superare le pratiche di sfruttamento delle risorse naturali che preparano solo disastri. Dopo il tempo della sovranità individuale e statuale viene il tempo della relazionalità. Se l’Europa lavora su questa idea, può riaccendere quella speranza che sembra oggi mancare; solo mettendosi in relazione con altri si può raggiungere un risultato che riesce a tenere insieme le storie dei Paesi, le loro esigenze attuali e future.
Ripresa degli investimenti pubblici e privati: i driver di sviluppo che noi abbiamo individuato nell’economia dell’ambiente con le bonifiche e la compatibilizzazione, in particolare dello stabilimento ILVA; l’economia del mare, con i porti di Taranto e di Brindisi, pur con vocazioni diverse, la maricoltura, l’itticoltura; l’economia del turismo, con un’offerta importante, da quella delle masserie a quella culturale dei musei, a quella enogastronomica; l’economia della difesa (oggi più attuale ed urgente che mai nel nuovo quadro strategico e geo politico del Mediterraneo, a cominciare dalla polveriera libica) con gli arsenali; quella del welfare, con la piena attuazione dei piani sociali di zona e dei Pac; quella della salute, con il miglioramento dell’offerta socio sanitaria e con la costruzione di due nuovi ospedali; l’agroalimentare, così importante nelle nostre realtà, uniti ad una ripresa del processo di industrializzazione sono solo alcune leve che se ben usate possono mettere in movimento segnali di ripresa.
Tutto questo unito ad una nuova strategia di sviluppo nazionale, centrata sulle politiche industriali e di settore, ferme da vent’anni in attesa dello sviluppo spontaneo del mercato, che non viene mai, deve considerare il Mezzogiorno una risorsa e deve essere in grado di coniugare un’azione strutturale di medio lungo periodo ed un piano invece di primo intervento che debba essere condiviso e rilanciato con estrema urgenza. Per far questo non c’è bisogno di ricorrere allo sciopero generale che addirittura la Cgil ha spostato al 12 per accogliere la Uil sempre più in confusione, né tantomeno ad un atteggiamento molto autoreferenziale del premier Renzi, il quale ritiene di poter fare tutto da solo.
Quel che sta accadendo in altre parti d’Italia, una vera e propria guerra tra poveri, i penultimi della scala sociale contro gli ultimi, gli italiani contro gli immigrati, per la casa, la vivibilità dei quartieri, per il lavoro che manca, anche per quello che un tempo era disprezzato e lasciato a loro e che oggi diventa importante, ci deve indurre a studiare, approfondire la conoscenza delle cause del disagio sociale, che non è poi così distante da noi, dai contesti nei quali viviamo e svolgiamo la nostra attività, per poi cercare di trovare soluzioni attraverso il coinvolgimento delle istituzioni e dei diversi mondi della rappresentanza.
Il sindacato nuovo di Romani e Pastore poggiava le sue basi sulla contrattazione di secondo livello, sulla partecipazione, alle quali possiamo aggiungere la bilateralità in chiave moderna. Il tema del rapporto tra lavoro e sviluppo economico e, conseguentemente, il contributo autonomo che il lavoro può offrire allo sviluppo è una costante della riflessione teorica e politica della Cisl.
Questa linea di pensiero e di proposta raggiunse due momenti alti: il progetto di risparmio contrattuale, a metà degli anni cinquanta, in connessione al Piano Vanoni, si proponeva di assumere, come obiettivo del sindacato, l’incremento del reddito e dell’occupazione, fino al punto di fare della politica salariale, attraverso forme di risparmio volontario dei lavoratori, un elemento determinante dell’accumulazione del capitale e della politica degli investimenti, così valorizzando la nostra idea associativa; ed il progetto di fondo di accumulazione, elaborato all’inizio degli anni ottanta, che intendeva realizzare un fondo gestito dai sindacati finalizzato agli investimenti una sorta di “banca”. Ma anche in quella circostanza la Cgil si oppose per una posizione culturale diversa.
Crediamo che vada recuperato, soprattutto in questo tempo di crisi il principio della solidarietà.
Ci sono anche altre sfide che ci interpellano, a partire dal nodo del rapporto tra ambiente e produzione industriale, che se non si risolve non possono portare a soluzione la problematica Ilva e quella del Petrolchimico e della Edipower; così come la necessità di dare ossigeno alle piccole imprese, ormai in uno stato comatoso per l’assenza del credito e per assenza di coerenti politiche industriali in grado di generare un’idea di aggregazione piuttosto che di frammentazione, per fare in modo che le stesse possano aumentare la loro capacità di capitalizzazione e di possibilità di stare sui mercati internazionali.
Ma, allo stesso tempo, noi abbiamo il dovere di preservare un patrimonio di tecnologie e saperi industriali che diversamente potrebbero andare dispersi; per cui è importante investire sulla ricerca ma anche su un rapporto più stretto tra scuola, università e lavoro.
Occorre, insomma, una politica industriale adeguata al momento storico, che dovrebbe favorire, attraverso istituti dedicati, la circolarità di sinergie e di cooperazione tra scienza, industria e finanza.
Ma oggi, nel nostro Paese, non c’è traccia di una impostazione di questo tipo. Per questo chiediamo alla nostra Confederazione un intervento più spinto per le nostre aree. Davvero noi possiamo diventare il più grande cantiere del Paese. Sono svariati i milioni di euro disponibili che possono creare nuova occupazione e ridarne a coloro che sono stati espulsi dai processi produttivi. Ma non basta evocarli! Né serve fare l’elenco di tutte le vertenze che ogni categoria sta affrontando; non basterebbe il tempo. Vogliamo invece concentrarci sulle proposte che possono far uscire dal pantano della crisi i vari settori.
Per queste ragioni, abbiamo prodotto, unitariamente, due documenti sulle opportunità di sviluppo che pensiamo, come già detto, si possono realizzare attraverso i driver. Sono stati consegnati alla Presidenza del Consiglio per quanto riguarda Taranto, poiché è attivo il Tavolo interistituzionale e alla Consulta per lo sviluppo presso la Provincia, mentre per Brindisi al CPEL, il Comitato Provinciale per l’economia ed il lavoro presso la Provincia ed alla Prefettura alla quale abbiamo chiesto di promuovere nei confronti del Governo l’istituzione anche per Brindisi di un tavolo interistituzionale.
Ripartiamo da noi, dalla nostra storia, dalle nostre esperienze, dai nostri valori. Noi siamo sempre stati per la cultura dell’altro e non dell’io, continuiamo a credere che insieme possiamo farcela solo se non smarriamo la via della condivisione, della coesione e della corresponsabilità.


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