BRINDISI, IL SEN. TOMASELLI SUL PORTO

Torna periodicamente una discussione pubblica sul destino del porto di Brindisi. E, contestualmente, torna la convinzione che ho maturato negli ultimi anni, per come ho conosciuto quella realtà: venti anni di gestione dell’Autoritàportuale che non solo hanno prodotto un bilancio fallimentare, ma hanno rappresentato, grazie alle conduzioni inette o maldestre che si sono susseguite nel tempo, una trama unica che ha “espropriato” i brindisini – a cominciare da chi nel porto ci vive e ci lavora – del loro principale patrimonio naturale oltre che economico e ne ha sostanzialmente mutato l’identità, indebolendola.


Pressochétutte le gestioni del porto da quando vi èl’Ente portuale, salvo rare parentesi, hanno vissuto di rapporti conflittuali con la cittàe con gli operatori economici, spesso accompagnati da arroganza e supponenza. Gestioni che, ciclicamente, si sono chiuse in attivitàamministrative autoreferenziali e a volte funzionali ad interessi economici e professionali estranei al territorio, alimentando clientele e rapporti privilegiati con settori della politica locale o nazionale e con l’utilizzo, a volte ‘allegro’, di procedure opache e poco trasparenti per incarichi, assunzioni, affidamenti di opere. Tutto ciòcon spreco evidente di risorse pubbliche e con una mortificazione e penalizzazione delle professionalitàe delle competenze interne.
La stessa vicenda di Lino Giurgola, con il suo drammatico gesto nei confronti di amministratori e dipendenti dell’Autoritàportuale di Brindisi, ha lasciato tutti sgomenti per la degenerazione di momenti di tensione da parte di una persona a tutti nota per la sua caparbietàe passione verso il proprio lavoro e verso lo stesso porto e da cui non ci si sarebbe mai atteso un gesto cosìinconsulto. A nessuno, ovviamente, puòessere consentito ricorrere a gesti violenti; ed alle persone offese va la totale solidarietàumana. Ne parlo anch’io, come altri, a distanza di giorni, interrogandomi sul senso di un gesto cosìgrave.
Riflettere oltre la cronaca di un tale atto, cosìcome ha inteso fare nei giorni scorsi la segretaria della CGIL Michela Almiento, credo sia davvero doveroso per tutti.
E cercare di comprendere quanto sia profonda, a me pare, la frattura culturale oltre che amministrativa e gestionale, tra ente portuale e comunitàlocale èl’unica strada per rimettere al centro del futuro della cittàil porto e le sue potenzialità, ben oltre i timidi segnali di ripresa dei traffici degli ultimi mesi, alcuni dei quali ottenuti, però, sacrificando i princìpi (e le opportunità) della concorrenza a favore del monopolista di turno, magari attratto da convenienze economiche e da corsie privilegiate piùuniche che rare. Con la consapevolezza, altresì, che Brindisi in tutta questa storia èapparsa, fin troppo spesso, ai margini nei suoi interessi generali: l’integrazione porto-città, l’ampliamento e l’ammodernamento delle infrastrutture, la valorizzazione della polifunzionalità, politiche di attrazione adeguate, e cosìvia. Una città incapace di produrre una autonoma visione del porto, con una rappresentanza istituzionale, politica e sociale litigiosa e divisa, con i soliti pronti alle scorciatoie relazionali con il “gestore” di turno, alla ricerca di reciproche convenienze.
Ecco perchénel dibattito di questi mesi sul futuro delle Autoritàportuali e sulla ipotesi di un loro accorpamento – temi che nelle prossime settimane entreranno nel vivo – io ho scelto con trasparenza di privilegiare e sostenere le iniziative che potranno produrre una idea concreta di valorizzazione del porto di Brindisi all’interno di una moderna strategia nazionale, anzichéuna anacronistica difesa di poltrone ben retribuite e che sono state finora occupate, in gran parte, pensando piùagli interessi degli occupanti e sacrificando quelli del porto e della città!


Gen.le Lettore.

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