L’accoglienza calorosa della città di Brindisi alla nave Vespucci, è la dimostrazione più sincera dell’affetto che unisce entrambe e che trae forza da uno degli episodi più significativi nella storia della gloriosa nave scuola della Marina Militare. Parliamo di ciò che avvenne nel lontano settembre del 1943 quando, nelle fasi più drammatiche e concitate del post annuncio dell’armistizio, per sfuggire alla cattura da parte dei tedeschi, le navi scuola Vespucci e Colombo abbandonato il porto di Trieste, intrapresero un viaggio pieno di pericoli, con frequenti inversioni di rotta, che si concluse quando trovarono rifugio e accoglienza nel porto di Brindisi, il 13 settembre 1943.
Una vicenda sulla quale vi sono particolari rimasti sconosciuti come l’identità di chi, a bordo delle navi militari partite da Brindisi per soccorrere la Vespucci e Colombo, sperdutesi tra la nebbia, le avvistò per primo, evitando che esse naufragassero sugli scogli della costa brindisina o non trovassero la rotta verso la salvezza.
Mio padre, il sottotenente di Vascello Camuso Luigi, di quell’episodio, a noi figli, sin da bambini, ne aveva parlato infinite volte, ritenendolo però di poca importanza al confronto di momenti ben più drammatici che lui e la sua nave dovettero affrontare, poche ore dopo aver posto in salvo la nostra futura Accademia Navale. Un racconto verificato dal sottoscritto, una decina di anni fa, dopo aver raccolto la testimonianza di un suo commilitone, il marinaio Carlo Leoni e aver preso visione dei loro rispettivi diari di guerra che, per settanta anni, avevano entrambi custodito gelosamente. Le vicende narrate in essi mi han permesso di redigere le bozze di un libro, che presto darò le stampe con il titolo: ”I ragazzi della Fenice” e dedicato al contributo alla Guerra di Liberazione dato dalla corvetta Fenice e dal suo equipaggio nei lunghi mesi di cobelligeranza con gli Alleati, a seguito dell’Armistizio.
Diario di guerra del cannoniere artificiere Luigi Camuso, anni 19
Brindisi, 12 settembre 1943, Ore 20, corvetta Fenice.
Alle ultime luci del tramonto, la Fenice insieme alla corvetta Baionetta lascia il porto di Brindisi. Il capitano Paladini mi chiama in plancia: -“Camuso la nostra missione è molto importante, stiamo andando a mettere sotto la nostra scorta quanto c’è di più prezioso per la Marina! Fai buona guardia di vedetta!”-
Mentre scendo sottocoperta per prendere il necessario per il servizio di vedetta notturno, mi domando quali ammiragli o personalità del governo Badoglio stiamo per mettere sotto la nostra tutela dopo che due giorni fa è giunta a Brindisi, la” Baionetta”, gemella della” Fenice”, con a bordo il Re, la sua Regale Famiglia e buona parte del Governo Badoglio.
Mi alterno con altri due marinai, in controplancia munito di binocolo, a scrutare l’orizzonte. La fiducia che il Capitano Paladini pone nelle mie particolari dote visive, che ho affinato sin da bambino andando a caccia tra i monti della mia verde Irpinia, è rincambiata dalla mia gratitudine verso di lui per il permesso di farmi trascorrere molte ore di vedetta o in plancia accanto al timoniere, e lontano dal mio “angosciante” posto di combattimento, la SantaBarbara della nave, avendo la qualifica di artificiere. La missione odierna è sotto il comando della Fenice e del suo Comandante il capitano Carlo Paladini e la Baionetta ha l’ordine di seguirci. Viaggiamo in un banco di nebbia, che a un certo punto diventa così spessa che è difficile vedere la poppa della nave. Ci sembra di navigare in un’atmosfera irreale, ovattata, dove anche il rumore delle macchine sembra aver cambiato tono. Le navi della nostra Regia Marina non hanno, purtroppo, il radar, come quelle inglesi e la loro incolumità è affidata agli occhi e alla prontezza di riflessi degli uomini di vedetta.
Un perenne punto di riferimento è il fumaiolo della Baionetta che ci tallona a una distanza pericolosamente accorciatasi.Intorno alle 06.00 la nebbia incomincia a diradarsi e a un tratto intravedo qualcosa spuntare all’orizzonte, ma non è un fumaiolo. Lancio un grido:
– “Nave in vista! a babordo, ore tre!”- Man mano che ci avviciniamo ci accorgiamo che quelle che abbiamo avvistato non sono navi da guerra o piroscafi bensì dei velieri. Quando riusciamo a identificarli la gioia è grande da parte di tutto l’equipaggio. Paladini sale anche lui in controplancia:
-“ Bravo Camuso! Lo sai chi stiamo per portare in salvo? L’Accademia Navale e le nostre navi scuola, il futuro della nostra Marina!-“ Ci poniamo ai lati dei velieri che viaggiano affiancati, mentre io, libero dal servizio di vedetta, scendo giù in coperta, per riposarmi sulla mia amaca posta accanto alla santabarbara. Ma anche lì sotto arrivano gli urrah! urlati a gran voce dagli allievi dell’Accademia. Li scortiamo sin quasi all’ingresso del porto di Brindisi, per fare un immediato dietro front a causa di un improvviso ordine dell’Ammiragliato: “- Dirigersi verso le coste Jugoslave, all’Isola di Curzola per soccorrere i soldati Italiani, in fuga da Spalato su imbarcazioni di fortuna. “-
Una missione ove entrambe le due navi italiane furono oggetto di ripetuti attacchi aerei tedeschi rischiando di essere affondate e che si concluse solo con il loro ritorno a Brindisi tre giorni dopo, la sera del 15 settembre del 1943, dopo una perigliosa e ininterrotta navigazione di 676 miglia marine. Ma questa è un’altra storia…