I meccanismi di partecipazione sociale e politica delle nuove generazioni sono indicati come in crisi da tempo. Molti studi documentano come le nuove generazioni si sentano sempre meno rappresentate dai partiti politici tradizionali.

Questo distacco, però, non equivale a un disinteresse verso la politica, ma piuttosto a un rifiuto di modelli percepiti come obsoleti e incapaci di rispondere ai bisogni concreti. Minor peso elettorale, crescente mobilità verso l’estero, fragilità lavorative e una visione negativa della politica sono fattori che scoraggiano i giovani a dare spinta e direzione ai processi di cambiamento.
Anche i giovani più consapevoli della necessità di contribuire al bene comune faticano a esprimere in pieno le proprie potenzialità all’interno delle modalità tradizionali di partecipazione. Tuttavia, non mancano segnali positivi. L’offerta potenziale di partecipazione non è inferiore rispetto alle generazioni precedenti e, anzi, crescono la consapevolezza rispetto alle sfide del proprio tempo e il desiderio di fare la differenza.
E’ essenziale offrire a tutti i giovani ambienti stimolanti, esempi positivi e possibilità di agire concretamente. La loro partecipazione non è solo una questione di giustizia intergenerazionale, ma anche una necessità per garantire un futuro sostenibile per la democrazia. Il valore stesso della democrazia non può essere dato per scontato e può mutare. Il confronto che serve non è solo quello possibile all’interno degli spazi di partecipazione: è importante anche quello su cosa si intenda per partecipazione e quali modalità consentano di viverla e praticarla in coerenza con le sensibilità e le aspettative delle nuove generazioni. E’ più facile dire che i giovani sono indifferenti e disinteressati che chiedersi quale idea di politica abbiano, quali temi e quali modalità di partecipazione li ingaggino e li rendano partecipativi.
Assistiamo a un depotenziamento della capacità delle nuove generazioni di incidere sul dibattito pubblico sia per un fattore quantitativo, legato al fatto che sono numericamente sempre di meno, sia perché hanno difficoltà a far sentire la loro voce e poter così orientare il percorso del Paese con le loro idee, la loro forza, la loro azione collettiva.
Se facessimo una ricerca i risultati, ne sono certo, confermerebbero come sia poco fondata e fuorviante la retorica di una presunta apatia e disinteresse dei giovani. Particolarmente interessante potrebbe risultare lo scostamento tra le intenzioni dei giovani prima del voto e l’astensione registrata alle ultime elezioni regionali in puglia. Uno scarto che indica come l’interesse ci fosse, ma alla fine il comportamento effettivo ha portato a un’affluenza più debole. La ragione principale non è, quindi, il disinteresse, semmai la difficoltà a riconoscersi nell’offerta, per limiti di contenuto, coerenza, coinvolgimento.
Forse sarebbe il caso che tutte le forze politiche, in modo particolare quelle che si dicono progressiste e democratiche, iniziassero a interrogarsi e a riflettere.
Dobbiamo, tutti, imparare ad ascoltare e parlare di meno. Sono i giovani a doversi dire di cosa hanno bisogno e non noi a dire loro quello che devono fare.

Antonio Turco – Già Referente Formazione GT 5 STELLE Brindisi