«Basta con l’ipocrisia dei ringraziamenti: questo Primo Maggio è ancora una volta, e non avremmo voluto scriverlo ma la coerenza dei fatti ce lo impone, la certificazione di un fallimento politico». 

Antonio De Palma, Presidente del Nursing Up, gela i rituali della festa con una denuncia che non ammette repliche: l’Italia sta subendo una deportazione volontaria di 7mila infermieri l’anno, un dato che emerge dalle analisi di Hunters Group incrociate con il Rapporto CREA Sanità. 

Si tratta di professionisti laureati che fuggono da stipendi del 20% inferiori alla media UE, come confermato dal rapporto OECD Health at a Glance. Non è un caso, è la tragica conseguenza di una scelta: trattare le competenze come manovalanza a basso costo.

Il collasso è nei numeri che la politica finge di non vedere. Se lo standard di sicurezza internazionale del protocollo RN4CAST impone 1 infermiere ogni 6 pazienti, le corsie italiane certificate dallo Studio BENE dell’Università di Genova arrivano a punte drammatiche di 1 a 20 nei turni notturni. 

«Siamo davanti a una saturazione fisica e clinica insostenibile», incalza De Palma. Con soli 6,2 infermieri per 1.000 abitanti, la metà rispetto a realtà come la Svizzera, il sistema è già tecnicamente spento. 

L’ultimatum è netto: senza contratti allineati agli standard europei e una reale autonomia professionale, le riforme della sanità resteranno parole vuote. Non si può reggere l’assistenza h24 scaricando il costo umano su chi è costretto a scegliere tra dignità e fuga all’estero.