L’approvazione alla Camera del disegno di legge delega sul nucleare è una scelta grave e fuori tempo. Riapre una strada che gli italiani hanno già chiuso due volte, con i referendum del 1987 e del 2011.

Il Governo la chiama “nucleare sostenibile”, ma la formula non cancella i nodi reali: tempi lunghi, costi elevati, impianti centralizzati, scorie irrisolte e una filiera che in Italia non esiste più.
L’Italia non ha bisogno di promesse rinviate al 2035 o oltre. Ha bisogno di energia pulita, disponibile, conveniente e capace di produrre effetti subito. Il punto è semplice: il nucleare promette risultati forse domani; le rinnovabili li stanno già producendo oggi.
Il nuovo racconto nucleare ruota intorno agli SMR, gli Small Modular Reactor. Sono piccoli reattori modulari, in genere fino a 300 MW elettrici per modulo, pensati per essere costruiti in serie, almeno in parte in fabbrica, trasportati e installati nei siti di produzione. L’idea è suggestiva: ridurre tempi e costi. Ma il nome non cambia la sostanza.
Gli SMR restano reattori nucleari a fissione. Usano combustibile nucleare, richiedono sistemi di sicurezza, autorizzazioni complesse, personale altamente specializzato, gestione del combustibile esaurito, depositi per rifiuti radioattivi e decommissioning a fine vita. Non sono una scorciatoia tecnologica: sono nucleare, con tutto ciò che comporta.
Nel mondo gli SMR davvero in funzione sono pochissimi. Tra i casi più citati figurano la centrale galleggiante russa Akademik Lomonosov e il reattore cinese HTR-PM. Il resto è soprattutto un insieme di prototipi, annunci e progetti ancora lontani da una filiera commerciale matura.
I tempi reali lo confermano. Il reattore cinese HTR-PM ha impiegato circa undici anni per arrivare all’esercizio commerciale. Il progetto Linglong One, sempre in Cina, punta a circa cinque anni dalla costruzione alla messa in servizio. Il BWRX-300 canadese di Darlington, tra i progetti occidentali più avanzati, ha ottenuto la licenza di costruzione nel 2025 e prevede l’entrata in esercizio nel 2030.
In Italia il percorso sarebbe ancora più lungo. Prima di produrre un solo chilowattora bisognerebbe approvare i decreti attuativi, individuare i siti, costruire una nuova autorità di controllo, formare tecnici e competenze, creare una filiera industriale, affrontare autorizzazioni, ricorsi, sicurezza, consenso dei territori, gestione delle scorie e garanzie sull’intero ciclo di vita degli impianti.
Per questo presentare il nucleare come risposta alla crisi energetica è fuorviante. Non abbasserebbe le bollette di oggi, non darebbe alle imprese energia competitiva adesso, non aiuterebbe il taglio delle emissioni entro il 2030. Arriverebbe, nella migliore delle ipotesi, quando la finestra utile per agire sarà quasi chiusa.
Il conto economico non torna. I soli costi di esercizio stimati per gli SMR sono nell’ordine di 27-41 dollari per MWh. Per un modulo da 300 MW significa circa 70-100 milioni di dollari l’anno di costi operativi, senza contare costruzione, capitale finanziario, garanzie pubbliche, scorie, sicurezza, assicurazioni e decommissioning.
Il costo dell’energia del nuovo nucleare resta molto più alto di quello delle rinnovabili mature. Le stime internazionali indicano per il nuovo nucleare valori nell’ordine di 141-220 dollari per MWh. Fotovoltaico utility scale ed eolico onshore si collocano invece su intervalli molto più bassi: rispettivamente circa 38-78 e 37-86 dollari per MWh.
La storia europea è più eloquente dei modelli. Olkiluoto 3 in Finlandia doveva costare circa 3 miliardi di euro ed è arrivato a circa 11 miliardi, con oltre dieci anni di ritardo. Flamanville 3 in Francia è partito da una stima di 3,3 miliardi: la Corte dei conti francese ha valutato il costo complessivo a 23,7 miliardi, sette volte la previsione iniziale, con dodici anni di ritardo. Hinkley Point C nel Regno Unito è passato da 18 a circa 35 miliardi di sterline, con l’avvio slittato al 2030.
Alla fine qualcuno paga. E quel qualcuno sono cittadini e imprese. Anche il caso NuScale negli Stati Uniti dovrebbe far riflettere: il Carbon Free Power Project, indicato come vetrina degli SMR americani, è stato cancellato dopo l’aumento dei costi e la difficoltà a trovare acquirenti per l’energia prodotta. Il prezzo atteso era salito da circa 55-58 dollari per MWh a circa 89 dollari per MWh.
Se il progetto simbolo degli SMR americani si ferma prima ancora di costruire, perché l’Italia dovrebbe impegnare risorse pubbliche su una tecnologia che non riesce ancora a stare sul mercato?
Resta poi il nodo delle scorie. Gli SMR producono combustibile esaurito, rifiuti radioattivi a bassa, media e alta attività, materiali contaminati e rifiuti da smantellamento. Alcuni studi segnalano che, a seconda della tecnologia scelta, alcuni piccoli reattori possono produrre rifiuti più complessi da gestire per unità di energia rispetto ai grandi reattori tradizionali.
Per il combustibile esaurito e per i rifiuti ad alta attività serve un deposito geologico profondo. L’Italia, però, non ha ancora risolto nemmeno il Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi già esistenti, prodotti dal vecchio nucleare e dalle attività sanitarie, industriali e di ricerca. Pensare a nuovi reattori senza aver chiuso la partita delle scorie del passato significa scaricare nuovi debiti ambientali sulle prossime generazioni.
C’è anche un’ambiguità politica da chiarire. Nel disegno di legge non compare una clausola chiara che limiti il nucleare ai soli usi civili. Il testo parla di produzione e utilizzo di energia nucleare, filiera del combustibile, fabbricazione e riprocessamento, stoccaggio temporaneo, smaltimento definitivo, ricerca e sviluppo, sicurezza, garanzie e riordino delle competenze.
Su una materia così sensibile, dopo due referendum e in un contesto internazionale segnato da guerre, riarmo e instabilità geopolitica, questa vaghezza è inaccettabile. Se l’obiettivo è esclusivamente civile, lo si scriva. Se non lo si scrive, Parlamento e Paese hanno il dovere di chiedere perché.
La Puglia conosce bene il prezzo delle scelte energetiche calate dall’alto. Per decenni ha prodotto energia per il Paese pagando costi ambientali, sanitari e sociali altissimi: carbone, gas, grandi centrali, aree industriali inquinate, servitù energetiche e ricatti occupazionali.
Oggi, però, la Puglia non è periferia della transizione: è uno dei suoi snodi decisivi. Nel 2024 la produzione elettrica lorda regionale è stata pari a circa 25.861 GWh, di cui 12.617 GWh da fonti rinnovabili. Quasi la metà dell’elettricità prodotta in Puglia arriva già da fonti pulite.
Nel dettaglio, la regione ha prodotto circa 5.885 GWh da eolico, 4.639 GWh da fotovoltaico e 2.085 GWh da bioenergie. È prima in Italia per produzione fotovoltaica, con il 12,9% della produzione nazionale, e ha un ruolo di vertice nell’eolico, con il 26,4% della produzione nazionale.
Nel 2025 il fotovoltaico pugliese ha raggiunto circa 4,03 GW di potenza connessa, con oltre 124 mila impianti. L’eolico onshore è intorno a 3,6-3,7 GW. Non parliamo di un territorio marginale, ma di una regione che ha già dimostrato di poter guidare la transizione energetica nazionale.
Questa produzione deve generare benefici per chi vive nei territori. Non può diventare l’ennesima estrazione di valore dalla Puglia verso altrove. Una vera scelta rinnovabile deve tradursi in bollette più leggere, imprese più competitive e ritorni economici locali.
Il prezzo zonale può aiutare a rendere visibile questo valore. La Puglia non ha un prezzo elettrico regionale autonomo, ma rientra nella zona Sud insieme a Molise e Basilicata. Il passaggio ai prezzi zonali, con il meccanismo transitorio di perequazione rispetto al PUN Index GME, può riconoscere meglio il contributo dei territori che producono energia rinnovabile a basso costo.
Nel 2025 il prezzo medio zonale della zona Sud è risultato in diversi momenti inferiore a quello della zona Nord. A ottobre 2025, ad esempio, il prezzo zonale Sud è stato pari a 104,02 euro/MWh, contro 112,12 euro/MWh della zona Nord: 8,10 euro/MWh di differenza.
Può sembrare poco. Non lo è. Applicata ai consumi elettrici pugliesi, pari a circa 16.020 GWh nel 2024, una differenza di questa dimensione vale circa 130 milioni di euro l’anno. Sui soli consumi domestici regionali, pari a circa 4.342 GWh, significa circa 35 milioni di euro l’anno.
Non è un automatismo diretto in bolletta, perché il prezzo finale pagato da cittadini e imprese comprende trasporto, oneri, imposte, commercializzazione e perequazione. Ma il principio è chiaro: se un territorio produce energia pulita a costi più bassi, quel vantaggio deve tornare ai cittadini, alle imprese, ai Comuni e alle comunità locali.
Ogni riduzione di 10 euro/MWh della componente energia, se trasferita davvero ai consumatori pugliesi, vale circa 160 milioni di euro l’anno sull’intero consumo regionale e circa 43 milioni sui consumi domestici. Per una famiglia tipo da 2.700 kWh l’anno, 10 euro/MWh significano 27 euro l’anno sulla sola componente energia; 50 euro/MWh valgono 135 euro l’anno.
La Puglia ha davanti una scelta decisiva. Può continuare a essere raccontata come un territorio da proteggere dalle rinnovabili, oppure può diventare laboratorio nazionale di una transizione giusta, pianificata e conveniente.
Le richieste di connessione per nuovi impianti rinnovabili in Puglia superano di molto il fabbisogno necessario al 2030. Questo non significa autorizzare tutto. Significa selezionare bene: dire sì ai progetti migliori e no a quelli speculativi, privi di qualità e di ricadute territoriali.
Le rinnovabili sono scelte di politica industriale.
Il Piano 2030 del settore elettrico elaborato da Elettricità Futura, Enel Foundation e Althesys stima oltre 360 miliardi di euro di benefici economici e 540 mila nuovi posti di lavoro nella filiera elettrica e industriale al 2030. È questa la strada per rendere il Paese più sostenibile, autonomo e competitivo.
Per la Puglia significa usare la transizione per rigenerare Brindisi, Taranto e le aree industriali segnate dal vecchio modello fossile. La riconversione deve diventare cantieri, lavoro, salute e valore aggiunto.
Una volta installate, solare ed eolico non comprano combustibile. Non dipendono dal prezzo dell’uranio, del gas, del petrolio o dalle rotte internazionali. Hanno costi marginali bassissimi e, se accompagnate da accumuli, reti, efficienza, comunità energetiche e contratti di lungo periodo, possono ridurre la pressione del gas sul prezzo dell’elettricità.
La scelta è adesso. Stiamo decidendo che Paese consegnare alle nuove generazioni.
Per la Puglia la direzione è chiara: non subire un’altra stagione energetica decisa altrove, ma diventare protagonista di una transizione che produce energia pulita, lavoro, valore industriale e ritorni economici per cittadini e territori. L’Italia non ha bisogno di riaprire la stagione nucleare. Ha bisogno di smettere di perdere tempo e correre, finalmente, sulle rinnovabili.