Nella notte del 26 aprile 1986 l’esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, nell’attuale Ucraina, segnò una delle più gravi tragedie ambientali e sanitarie della storia contemporanea.
L’incidente avvenne durante un test di sicurezza che avrebbe dovuto verificare il funzionamento delle turbine in caso di interruzione dell’alimentazione elettrica, prima dell’entrata in funzione dei generatori di emergenza. Le conseguenze furono devastanti: morti, contaminazione dell’area di esclusione, evacuazioni forzate e insorgenza di gravi patologie, in particolare tumori della tiroide e leucemie. Gli effetti della nube radioattiva si estesero ben oltre i confini dell’allora Unione Sovietica, raggiungendo una vasta parte d’Europa, Italia compresa.
Nel corso degli anni si è tentato più volte di ridimensionare la portata dell’incidente, attribuendolo esclusivamente a errori umani o alla vetustà dell’impianto. Ma Chernobyl, come già Three Mile Island negli Stati Uniti e, successivamente, Fukushima in Giappone, ha mostrato con drammatica evidenza le criticità strutturali legate all’esercizio degli impianti nucleari, alla gestione della sicurezza e allo smaltimento delle scorie radioattive.
In Italia, due referendum popolari avrebbero dovuto chiudere definitivamente la strada al nucleare nella politica energetica nazionale. Nel novembre 1987, il voto favorevole di oltre l’80% dei partecipanti ai tre quesiti referendari portò al blocco dei programmi nucleari e alla progressiva dismissione degli impianti esistenti. Nel giugno 2011, il 94% dei votanti confermò la volontà di impedire la ripartenza di nuovi programmi nucleari.
Il referendum del 1987 ebbe anche l’effetto di fermare i progetti di impianti nucleari previsti in Puglia, nelle aree costiere di Carovigno e Avetrana. Le amministrazioni comunali, le popolazioni dei territori interessati, alcune forze politiche, movimenti e associazioni ambientaliste — tra cui Legambiente — misero in campo iniziative pubbliche, manifestazioni molto partecipate e azioni legali contro la costruzione delle centrali.
Particolarmente significativa fu l’udienza presso la Pretura di San Vito dei Normanni, nella quale il sindaco di Carovigno, Bianca, era chiamato a rispondere dei reati contestati in relazione al diniego dei monitoraggi sui terreni interessati dal progetto della centrale elettronucleare. In quella sede intervenne il professor Gianni Mattioli, uno dei più autorevoli riferimenti scientifici italiani in campo energetico, che sostenne le ragioni del Comune con un intervento di grande rilievo tecnico e politico. La sua relazione, accolta con forte partecipazione dai presenti, contribuì al giudizio favorevole nei confronti della posizione assunta dal Comune di Carovigno.
Oggi quelle stesse aree costiere, individuate allora per la sola disponibilità di acqua marina da utilizzare nei sistemi di raffreddamento e per una presunta facilità di consenso, rappresentano una straordinaria risorsa naturale, ambientale, turistica ed economica per la Puglia.
In questi quarant’anni Legambiente ha continuato a battersi contro quel “sonno della ragione” che genera mostri ambientali ed energetici, come la centrale termoelettrica a carbone di Brindisi, e ha indicato con chiarezza la strada delle fonti rinnovabili come asse portante di una vera transizione energetica.
Una transizione che, alla fine, è stata recepita anche da Enel, che ha anticipato a ottobre 2024 il phase-out dell’esercizio a carbone della centrale termoelettrica di Brindisi Sud, inizialmente previsto entro dicembre 2025.
Oggi il ritorno del nucleare viene riproposto nel dibattito pubblico come se fosse una soluzione moderna, rapida e competitiva. I dati internazionali raccontano però una realtà molto diversa. Secondo la sintesi della presentazione WNISR 2025 – The World Nuclear Industry Status Report, l’industria nucleare non è in una fase di rilancio strutturale, ma mostra una lenta e persistente contrazione globale: i Paesi con reattori operativi sono diminuiti da 32 a 31, quelli impegnati nella costruzione di nuovi reattori sono scesi da 13 a 11 e, fuori dalla Cina, il saldo tra nuovi avviamenti e chiusure dal 2005 è fortemente negativo, con 48 reattori in meno.
Anche il dato sulla produzione elettrica mondiale, spesso usato per sostenere una presunta ripresa del nucleare, va letto con attenzione. Nel 2024 la produzione nucleare globale ha raggiunto un massimo storico, ma l’intero incremento è attribuibile alla Cina. Nel resto del mondo, la produzione nucleare resta sostanzialmente ferma ai livelli della metà degli anni Novanta, mentre la quota del nucleare nel mix elettrico globale continua a calare dal 1996.
Le nuove costruzioni confermano questa criticità. Il settore resta fortemente concentrato in pochi contesti geopolitici, in particolare Cina e Russia, con quest’ultima protagonista nei progetti destinati all’esportazione. Nei Paesi occidentali, invece, i nuovi impianti sono segnati da tempi di costruzione molto lunghi, ritardi superiori anche a dieci anni e forti aumenti dei costi, come dimostrano le vicende degli EPR.
Ne emerge un modello industriale lento, costoso, capital intensive e poco scalabile, in evidente contrasto con i tempi rapidi richiesti dalla crisi climatica e dalla transizione energetica.
Ancora più debole appare la prospettiva degli SMR, i cosiddetti small modular reactors, piccoli reattori modulari fino a 300 MW. Nessun SMR è oggi operativo o in costruzione nel mondo occidentale; i pochi impianti operativi in Russia e Cina mostrano fattori di capacità molto bassi; i costi stimati di generazione risultano da tre a quattro volte superiori rispetto ai sistemi basati su rinnovabili e accumulo. Inoltre, i finanziamenti risultano dispersi su oltre 120 diversi progetti e design, senza una massa critica industriale in grado di dimostrarne sostenibilità economica e affidabilità operativa.
A tutto questo si aggiunge il problema dell’invecchiamento del parco nucleare mondiale. L’età media dei reattori continua ad aumentare, le estensioni di vita richiedono interventi lunghi, costosi e tecnicamente complessi, mentre il decommissioning procede con grande lentezza: su oltre 200 reattori chiusi nel mondo, solo una minoranza è stata completamente smantellata. Si tratta di costi differiti, rischi sistemici e responsabilità intergenerazionali che troppo spesso vengono rimossi dal confronto pubblico.
Il confronto con le rinnovabili e con i sistemi di accumulo è ormai impietoso. Le fonti rinnovabili, in particolare fotovoltaico, eolico e storage, crescono con velocità e scala incomparabili rispetto al nucleare. I costi delle batterie hanno raggiunto un punto di svolta, con una riduzione stimata del 40%, rendendo sempre più competitiva la disponibilità quasi continua di energia solare. Gli investimenti globali nelle rinnovabili superano quelli nel nucleare di oltre venti volte. Il sistema energetico moderno si muove verso generazione distribuita, controllo digitale, flessibilità multilivello ed elettrificazione diffusa: una traiettoria rispetto alla quale il nucleare appare strutturalmente disallineato.
Legambiente ha ampiamente dimostrato quali possano essere le ricadute positive, anche economiche e occupazionali, legate all’obiettivo di una Puglia carbon free e a una transizione energetica fondata sulle fonti rinnovabili. Solo a Brindisi, se si desse realmente seguito ai progetti e agli investimenti — in gran parte privati — contenuti nelle 61 manifestazioni di interesse presentate nell’ambito dell’Accordo di programma per l’area di crisi complessa, si potrebbero creare migliaia di posti di lavoro e avviare uno sviluppo autopropulsivo fondato sulle risorse locali.
Invece, il Governo continua a ipotizzare per la centrale di Brindisi Sud una riserva fredda tecnicamente ed economicamente inconcepibile. La data indicata come possibile termine di questa fase transitoria, il 2038, alimenta gravi preoccupazioni sulla possibilità che proprio Brindisi venga considerata come sito per la localizzazione di uno degli SMR previsti in Italia.
Nel momento in cui si ricordano i quarant’anni dall’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl e i suoi devastanti effetti ambientali, sanitari e sociali, Legambiente ribadisce la propria netta opposizione a ogni ipotesi di ritorno alla fissione nucleare in Italia. Gli italiani si sono già espressi chiaramente nei referendum del 1987 e del 2011. Anche la Puglia ha detto e continua a dire no al nucleare, come dimostrano le numerose deliberazioni comunali a favore del riconoscimento di “Comune denuclearizzato”.
Il nucleare non è in grado di svolgere un ruolo trainante nella transizione energetica globale, se non in contesti molto specifici e fortemente centralizzati. Al contrario, solare, eolico, accumuli, efficienza energetica, reti intelligenti e comunità energetiche stanno già cambiando l’equazione energetica, con velocità, scalabilità e costi incompatibili con i modelli industriali del nucleare tradizionale e modulare.
In questa ricorrenza, Legambiente conferma che il futuro energetico della Puglia deve essere rinnovabile, democratico, sicuro e fondato sulla valorizzazione dei territori. Una prospettiva che sarà al centro del Forum sull’energia in programma il 14 maggio presso la Fiera del Levante di Bari, nell’ambito del programma Green FAIR, dove saranno approfondite le proposte per una Puglia carbon free e per una transizione energetica realmente giusta, pulita e partecipata.
Per Legambiente, il quarantesimo anniversario di Chernobyl non è solo una ricorrenza della memoria, ma un richiamo alla responsabilità politica del presente: non tornare indietro verso tecnologie lente, costose e rischiose, ma accelerare sulla strada delle rinnovabili, dell’efficienza, degli accumuli e della partecipazione dei territori.
Nota dati: i riferimenti sullo stato dell’industria nucleare mondiale, sugli SMR, sui costi comparati e sugli investimenti in rinnovabili sono tratti dalla sintesi sulla base della presentazione WNISR 2025 – The World Nuclear Industry Status Report.