Un’articolata attività investigativa condotta dal Raggruppamento Operativo Speciale (ROS) dei Carabinieri e coordinata dalla Procura della Repubblica di Lecce – Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo – ha portato all’arresto di un cittadino palestinese di 30 anni residente a Latiano in provincia di Brindisi, ritenuto gravemente indiziato del reato di istigazione a commettere delitti con finalità di terrorismo attraverso l’utilizzo di strumenti informatici e telematici.

L’operazione è stata eseguita nella mattinata del 18 giugno 2026 in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Lecce su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia. Contestualmente, i militari hanno eseguito un decreto di perquisizione domiciliare nei confronti di un altro cittadino palestinese, di 25 anni, anch’egli residente nel territorio brindisino e indagato in stato di libertà per la medesima ipotesi di reato.

Alle operazioni hanno preso parte, oltre ai militari del ROS, anche il Comando Provinciale dei Carabinieri di Brindisi, il Gruppo di Intervento Speciale (GIS), il VI Nucleo Elicotteri Carabinieri di Bari e il Nucleo Carabinieri Cinofili di Tito, impiegati per garantire la massima sicurezza durante l’esecuzione dei provvedimenti.

Le indagini partite dal monitoraggio dei social

L’attività investigativa trae origine da un costante lavoro di monitoraggio della rete e delle piattaforme social svolto dalle articolazioni territoriali dell’Arma dei Carabinieri. In particolare, nell’aprile del 2025 una Stazione dei Carabinieri del Comando Provinciale di Brindisi aveva segnalato all’Autorità Giudiziaria l’esistenza di un profilo social riconducibile a uno degli indagati.

All’interno dell’account venivano pubblicati contenuti relativi al conflitto israelo-palestinese, tra immagini, video e commenti che hanno successivamente attirato l’attenzione degli investigatori. Da quella prima segnalazione è scaturita un’indagine più ampia che ha consentito agli specialisti del ROS di approfondire l’attività online dei soggetti coinvolti e di ricostruirne i collegamenti virtuali.

Secondo quanto emerso dagli accertamenti, il lavoro investigativo si sarebbe concentrato non soltanto sull’analisi dei contenuti pubblicati, ma anche sulla rete di relazioni digitali sviluppata dagli indagati attraverso le principali piattaforme di comunicazione e condivisione presenti sul web.

La presunta radicalizzazione

Gli investigatori ritengono di aver documentato un progressivo processo di radicalizzazione ideologica da parte dell’uomo arrestato. Secondo la ricostruzione accusatoria, il percorso sarebbe iniziato con manifestazioni di solidarietà nei confronti della popolazione palestinese coinvolta nel conflitto mediorientale per poi evolversi gradualmente verso posizioni sempre più vicine alla propaganda jihadista.

Nel corso delle indagini sarebbero stati raccolti numerosi elementi che evidenzierebbero una crescente adesione ai contenuti estremisti diffusi negli ambienti radicali presenti sul web. In particolare, gli inquirenti contestano all’indagato la diffusione sistematica di messaggi e materiali finalizzati a esaltare il concetto di jihad e il martirio come forma suprema di devozione religiosa.

Secondo gli atti dell’indagine, il trentenne avrebbe manifestato apprezzamento per azioni terroristiche e per i loro autori, arrivando in alcuni casi a esprimere sostegno ideologico verso il ricorso alla violenza come strumento di lotta.

La propaganda diffusa online

Al centro dell’inchiesta vi è soprattutto l’attività svolta attraverso internet e i social network. Gli investigatori avrebbero accertato una quotidiana attività di pubblicazione e condivisione di contenuti multimediali caratterizzati, secondo l’accusa, da una chiara valenza istigatoria.

Tra i materiali analizzati figurerebbero video, fotografie, messaggi e commenti nei quali verrebbero glorificate azioni armate e attacchi terroristici, compresi quelli rivolti contro obiettivi civili. In diversi casi i contenuti avrebbero presentato giustificazioni di carattere religioso e ideologico dell’uso della violenza indiscriminata, inserendosi nel più ampio contesto della propaganda jihadista internazionale diffusa attraverso il web.

L’inchiesta si inserisce nel quadro delle attività di prevenzione e contrasto ai fenomeni di radicalizzazione online, una delle principali aree di attenzione delle autorità investigative e di intelligence, soprattutto alla luce della crescente capacità delle piattaforme digitali di favorire la diffusione di messaggi estremisti e di raggiungere un vasto pubblico in tempi rapidi.

Nessun legame formale con organizzazioni terroristiche

Un aspetto evidenziato dagli stessi inquirenti riguarda l’assenza, allo stato delle indagini, di elementi in grado di dimostrare una formale appartenenza degli indagati a organizzazioni terroristiche strutturate.

Secondo la ricostruzione investigativa, tuttavia, i due soggetti avrebbero aderito a una rete informale di sostegno ideologico ispirata ai principi del jihadismo radicale. Una rete caratterizzata principalmente dalla produzione, diffusione e condivisione di materiale propagandistico attraverso gli strumenti digitali e i social network.

Le indagini proseguono per verificare eventuali ulteriori contatti, collegamenti e responsabilità che potrebbero emergere dall’analisi del materiale informatico sequestrato durante le perquisizioni.

La presunzione di innocenza

Come previsto dalla normativa vigente, il procedimento penale si trova attualmente nella fase delle indagini preliminari. Le accuse formulate nei confronti degli indagati dovranno pertanto essere sottoposte al vaglio dell’autorità giudiziaria nelle successive fasi processuali.

Per questo motivo, entrambi i soggetti coinvolti devono essere considerati presunti innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.