UN TERZO DEL TURNO VIENE SOTTRATTO ALL’ASSISTENZA»

Ceccarelli: «Lo Stato forma professionisti laureati, poi li costringe a svolgere attività che potrebbero essere affidate ad altre figure. Così si disperde il patrimonio più prezioso del Servizio sanitario nazionale»

 «Da anni il dibattito pubblico si concentra sulla carenza di infermieri. È un problema reale, ma non è l’unico. Esiste un’altra emergenza, molto meno visibile e altrettanto grave: il modo in cui vengono impiegati gli infermieri che già operano ogni giorno negli ospedali, nei servizi territoriali e nelle strutture sanitarie italiane.

Lo Stato investe nella loro formazione universitaria, richiede aggiornamento continuo, master, competenze specialistiche e responsabilità sempre più elevate. Poi, nella pratica quotidiana, una parte rilevante del loro tempo viene assorbita da attività amministrative, logistiche e organizzative che potrebbero essere svolte da altre figure professionali. È uno spreco di competenze che il Servizio sanitario nazionale non può più permettersi».

Lo dichiara Maurizio Ceccarelli, Segretario Nazionale del COINA – Sindacato Professioni Sanitarie.

LO STUDIO ITALIANO: UN’ALTISSIMA PERCENTUALE DI INFERMIERI SVOLGE MANSIONI NON PROPRIE

A fotografare con precisione il fenomeno è uno dei più ampi studi italiani dedicati alle mansioni non infermieristiche, pubblicato sul Journal of Nursing Management dall’Università di Udine.

Lo studio, di tipo osservazionale trasversale (cross-sectional), ha coinvolto 733 infermieri, selezionati tra i 1.331 professionisti iscritti all’Ordine delle Professioni Infermieristiche della provincia di Belluno, con un tasso di risposta di circa il 55%. L’indagine ha interessato infermieri operanti in ospedale, sul territorio e nelle strutture residenziali, analizzando frequenza, tipologia e cause organizzative delle attività non infermieristiche.

I risultati delineano un quadro estremamente significativo:

  • il 94,5% degli infermieri dichiara di svolgere abitualmente almeno una mansione non infermieristica;
  • il 32,6% dell’intero turno di lavoro viene assorbito da attività amministrative, logistiche, ausiliarie o comunque non riconducibili alle competenze proprie della professione infermieristica;
  • le attività improprie riguardano soprattutto incombenze burocratiche, organizzative e di supporto, sottraendo tempo all’assistenza clinica;
  • gli stessi autori richiamano la letteratura internazionale, che stima una quota di attività non infermieristiche compresa tra il 35% e il 62% della giornata lavorativa.

Si tratta di tempo sottratto alla presa in carico del paziente, al monitoraggio clinico, all’educazione sanitaria, alla prevenzione, alla continuità assistenziale e alla relazione terapeutica, cioè alle attività per le quali gli infermieri vengono formati e che rappresentano il cuore della professione.

CECCARELLI: «NON SONO GLI INFERMIERI A ESSERE INADEGUATI. È IL SISTEMA CHE SPRECA LE LORO COMPETENZE»

«Dietro questi numeri – afferma Ceccarelli – emerge un problema organizzativo profondo. Ogni minuto sottratto all’assistenza è un minuto sottratto ai cittadini. Ogni infermiere impegnato in attività che potrebbero essere svolte da altre figure è un professionista che non può mettere pienamente a disposizione le proprie competenze cliniche, decisionali, educative e relazionali.

Il risultato è un Servizio sanitario meno efficiente, meno sicuro, meno attrattivo per i professionisti e inevitabilmente più esposto al burnout, alla demotivazione e all’abbandono della professione. Non è il capitale umano a mancare: troppo spesso è il modello organizzativo a impedirne il pieno utilizzo.»

L’EUROPA HA GIÀ IMBOCCATO LA STRADA DELLA VALORIZZAZIONE DELLE COMPETENZE

La situazione italiana si colloca in netto contrasto con l’evoluzione registrata in numerosi sistemi sanitari europei, dove da anni si investe nello sviluppo delle competenze infermieristiche avanzate e in modelli organizzativi capaci di valorizzarle.

Una ricognizione pubblicata sul Journal of Advanced Nursing, coordinata da Paul De Raeve e realizzata dalla European Federation of Nurses Associations (EFN), ha coinvolto 35 Paesi europei, analizzando lo stato di sviluppo della pratica infermieristica avanzata. 

Lo studio evidenzia come molti Paesi abbiano introdotto percorsi formativi dedicati, competenze cliniche ampliate, maggiore autonomia professionale e modelli organizzativi che consentono agli infermieri di operare pienamente nell’ambito delle proprie responsabilità.

Pur permanendo differenze tra i diversi ordinamenti nazionali, la tendenza europea è chiara: investire sulle competenze infermieristiche significa migliorare l’accesso alle cure, la gestione delle patologie croniche, la continuità assistenziale, l’appropriatezza degli interventi e la sostenibilità dei sistemi sanitari.

Nella stessa direzione si colloca il rapporto “Advanced Practice Nursing in Primary Care in OECD Countries”dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD), che evidenzia come l’ampliamento delle competenze infermieristiche, quando accompagnato da adeguata formazione universitaria e da un’organizzazione moderna del lavoro, produca benefici concreti per pazienti, professionisti e sistemi sanitari.

Secondo l’OECD, gli infermieri di pratica avanzata rappresentano una risorsa strategica per:

  • migliorare l’accesso alle cure;
  • rafforzare la presa in carico dei pazienti cronici;
  • garantire una maggiore continuità assistenziale;
  • ridurre la pressione sui servizi ospedalieri;
  • aumentare l’efficienza complessiva del sistema sanitario.

CECCARELLI: «L’ITALIA DEVE CAMBIARE MODELLO ORGANIZZATIVO»

«L’Italia – prosegue Ceccarelli – continua a investire risorse importanti nella formazione universitaria degli infermieri, ma troppo spesso non crea le condizioni affinché quelle competenze possano essere realmente utilizzate.

Se un professionista laureato dedica quasi un terzo del proprio turno a mansioni che potrebbero essere svolte da personale amministrativo, logistico o di supporto, il problema non è il professionista. Il problema è un’organizzazione del lavoro che disperde competenze, riduce il tempo di cura e finisce per impoverire l’intero Servizio sanitario nazionale.

Ogni attività impropria affidata a un infermiere rappresenta un’occasione persa per un paziente che avrebbe bisogno di assistenza qualificata.»

LE PROPOSTE DI COINA

Per COINA – Sindacato Professioni Sanitarie è ormai indispensabile avviare una profonda revisione dell’organizzazione del lavoro che preveda:

  • la netta separazione tra attività clinico-assistenziali e attività amministrative, logistiche o ausiliarie;
  • la piena valorizzazione delle competenze professionali, specialistiche e avanzate degli infermieri;
  • percorsi di carriera coerenti con formazione universitaria, responsabilità ed esperienza;
  • un rafforzamento del personale di supporto, affinché ciascun professionista possa svolgere esclusivamente le attività di propria competenza;
  • modelli organizzativi orientati a restituire tempo di assistenza ai pazienti, migliorando qualità, sicurezza ed efficienza del sistema.

«Non chiediamo privilegi – conclude Ceccarelli –. Chiediamo semplicemente che ogni professionista possa svolgere il lavoro per il quale ha studiato, si è laureato e continua ad aggiornarsi. Restituire agli infermieri il tempo dell’assistenza significa restituire valore ai pazienti, utilizzare meglio le risorse pubbliche, ridurre gli sprechi organizzativi e costruire una sanità capace di affrontare le sfide dei prossimi decenni.»